La mappa di ciò che il tuo cliente vive, dal sì al passaparola.
Un servizio non si improvvisa mentre lo si eroga. Si progetta prima, come una casa.
Il Service Blueprint è il progetto: cosa incontra il cliente, in che ordine,
con quale sensazione, cosa succede dietro le quinte e cosa resta quando il servizio è finito.
Questa pagina è scritta per chi manda avanti un'azienda, non per chi la studia.
Il Service Blueprint nasce in banca, non in un'agenzia. G. Lynn Shostack,
dirigente di Citibank e poi di Bankers Trust, si accorge che i servizi
vengono progettati a parole, mentre i prodotti vengono progettati con disegni.
Nel 1982 pubblica How to Design a Service sull'European Journal
of Marketing: propone di disegnare un servizio come si disegna un edificio,
con un blueprint, la carta cianografica azzurra dei progetti.
Due anni dopo, nel 1984, la Harvard Business Review pubblica
Designing Services That Deliver, che rende lo strumento celebre.
Per questo quasi tutte le fonti italiane lo datano al 1984. La data
corretta è 1982. Lo diciamo esplicitamente perché la precisione è
parte del mestiere di chi vuole essere il riferimento.
In Italia, oggi, il termine vive in tre forme: i modelli gratuiti dei venditori
di software, le tesi universitarie, i webinar per designer. Nessuna rivolta
agli imprenditori. Nessuna legata al marketing. Questa pagina, e il
libro, esistono per colmare quel vuoto.
L'anatomia della mappa
Il blueprint è una tabella. In orizzontale scorre il tempo: le tappe che il cliente
attraversa, dal primo contatto al dopo. In verticale, dall'alto verso il basso,
ci sono le righe. Tre linee le separano, e sono le linee che contano.
Physical evidence. La riga più alta: ciò che il cliente vede, tocca, riceve in ogni tappa. È l'unica riga che il cliente vede davvero.
Azioni del cliente. Cosa fa lui: chiama, aspetta, firma, riceve, torna, racconta.
Linea di interazione. Ogni volta che la attraversi, c'è un momento della verità.
Azioni visibili del personale. Cosa fa chi sta davanti al cliente: accoglie, spiega, consegna.
Linea di visibilità. Sotto questa linea il cliente non vede niente, ma sente tutto.
Azioni invisibili. Cosa succede dietro: prepara, controlla, telefona al fornitore.
Linea di interazione interna.
Processi di supporto. Sistemi, strumenti, terzi che rendono possibile il resto. Qui, in fondo, sta anche il digitale.
Poi ci sono le cose che la versione da manuale trascura e che per noi sono il
cuore del lavoro: i fail point, i punti in cui il servizio
di solito si rompe; le attese, e quanto durano davvero;
i silenzi, i tratti in cui il cliente non sente nessuno
e li riempie da solo con i suoi dubbi.
Le physical evidence
Un servizio è invisibile finché non lo si è comprato. Le physical evidence
sono ciò che lo rende visibile prima, durante e dopo: il preventivo su carta
che pesa, la sala d'attesa, il manuale che arriva il giorno dopo la firma,
la scatola consegnata a mano, la rivista che arriva quando non stai vendendo niente.
Anche il sito. Anche la divisa. Anche l'odore.
Sono la riga più alta della mappa perché è l'unica con cui il cliente
giudica tutto il resto. Non può vedere i tuoi processi: vede la carta.
Se la carta è curata, presume che i processi lo siano.
Se la carta è muta, presume il contrario, e ha ragione lui.
Per questo, da noi, ogni artefatto ha una colonna della mappa.
Un logo, una brochure, un sito nascono perché una tappa precisa del percorso
li richiede. Senza colonna, non si fa. È la regola del
tavolo di regia.
La riga sensoriale, che nessun altro ha
Il modello classico registra cosa vede il cliente. Noi aggiungiamo una riga
sotto le physical evidence: cosa sente. Per ogni tappa,
i cinque sensi: cosa tocca, cosa vede, cosa ascolta, cosa odora,
e quando c'è, cosa gusta. E accanto, la sensazione che quella tappa
deve produrre: sollievo, ordine, «ci avevano già pensato».
La mente si informa con il corpo. Un cliente non ricorda la tua procedura:
ricorda il peso della cartellina, il silenzio della stanza, il caffè.
La riga sensoriale trasforma la mappa da diagramma di processo a
progetto di esperienza. Ed è la riga da cui discendono tutte le scelte
di brand, di materiali e di carta.
Un esempio concreto: lo studio professionale
Uno studio di consulenza. Sei tappe: il primo contatto, l'incontro, il preventivo,
il sì, il lavoro, il dopo. Mettiamo la mappa sul tavolo e guardiamo la riga
delle physical evidence. Sul primo contatto c'è il sito. Sull'incontro c'è
la sala riunioni. Sul preventivo c'è un PDF. Sul sì non c'è niente.
Sul lavoro ci sono le email. Sul dopo non c'è niente.
Due caselle vuote, e sono le due più costose. Il giorno dopo il sì è il momento
in cui la fiducia è appena stata data ed è più fragile che mai: il cliente
si chiede «e adesso che succede?» e nessuno glielo dice. Il dopo è il
territorio in cui decide se tornare e se parlare di te, e nessuno lo presidia.
La diagnosi dà la lista dei cantieri: un manuale
di benvenuto per la casella del sì, un check-in programmato a trenta giorni
per il dopo, e il preventivo che da PDF diventa un documento su carta consegnato
a mano. Tre interventi, nessuna campagna. Il sito resta com'era: non era lui il problema.
Come si disegna, da noi
Al tavolo, con le persone giuste: chi risponde al telefono, chi consegna,
chi fa le fatture. Carta, pennarelli, niente schermi.
Una giornata. Si disegna il percorso come è oggi, non come lo si racconta,
e si segnano fail point, attese e silenzi. La mappa esce datata, con la diagnosi
e la lista dei cantieri in ordine di urgenza.
È la quinta tappa del percorso,
e viene dopo i fondamentali per una ragione: non si può disegnare ciò che il cliente
deve vivere se non si è deciso chi si è e cosa si promette. Per chi vuole provare
lo strumento prima del percorso c'è il workshop.
Perché è marketing, e non solo organizzazione
Perché il passaparola non si chiede: si progetta. Un cliente parla di te
quando ha vissuto qualcosa che vale la pena raccontare, e quel qualcosa
sta nella mappa, casella per casella. Il blueprint è lo strumento che
tiene insieme promessa ed erogazione, ed è per questo che sta sotto il nome
di Materia Prima Marketing.
Il perché è nel manifesto del Marketing Primario.
Domande frequenti
G. Lynn Shostack, dirigente bancaria americana, lo ha descritto nel 1982 nell'articolo How to Design a Service sull'European Journal of Marketing. L'articolo del 1984 sulla Harvard Business Review, Designing Services That Deliver, lo ha reso celebre: per questo molte fonti italiane datano lo strumento al 1984. La data corretta è 1982.
La customer journey map racconta il percorso dal punto di vista del cliente. Il Service Blueprint aggiunge ciò che sta sotto: le azioni visibili del personale, quelle invisibili, i processi di supporto e le prove tangibili. Il journey dice cosa prova il cliente. Il blueprint dice cosa deve fare l'azienda perché lo provi.
Sono le prove tangibili che il cliente incontra in ogni momento del servizio: la carta che riceve, la stanza in cui aspetta, il pacco che gli arriva, il sito che consulta, la divisa di chi lo accoglie. Nel blueprint stanno nella riga più alta, perché sono l'unica cosa che il cliente vede davvero.
No. Noi lo disegniamo al tavolo con carta e pennarelli, con le persone che erogano il servizio davvero. Lo schermo arriva dopo, per mettere in bella la mappa datata. Il valore sta nella conversazione che il disegno obbliga a fare, non nel diagramma.